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giovedì 16 maggio 2013

E-120

Cosa si nasconde dietro all’innocuo codice E-120 che spesso leggiamo tra gli ingredienti dei prodotti di supermercato? Il rosso Campari proviene da un animaletto che vive sulle pale delle opunthie (fico d’india): il Carminio di Cocciniglia.

mercoledì 8 maggio 2013

Colpa del trenino

Sembra ieri, eppure sono passati 17 mesi da quando Ministro  per i Beni Culturali Lorenzo Ornaghi venne a Pompei. 17 mesi di vuoto pneumatico, verrebbe da dire… chè l’unico atto di cui si abbia memoria di questo Ministro è stata la (discutibilissima) nomina di Giovanna Melandri a Direttrice del MAXXI. Dopo un anno e mezzo buttato via, dunque, siamo qui a dare il benvenuto ad un’altro Ministro – membro di un governo se possibile anche peggiore del precedente.
Massimo Bray era in effetti ministro in pectore già prima delle elezioni, nel role-game interno al PD era evidentemente assegnata a lui questa casella, forte della potente sponsorship di Massimo D’Alema (nobody is perfect…). Prova ne sia che, mentre era ancora candidato alla Camera, un nutrito gruppo di operatori culturali gli rivolgeva un pubblico appello perchè si prendesse cura dei beni culturali del Paese – una chiara operazione volta a precostituire le condizioni opportune affinché poi la nomina diventasse reale. Anche se poi l’esito elettorale è stato diverso dal previsto, con la vittoria mutilata della coalizione Italia Bene Comune, anche il rovesciamento di fronte e la successiva costituzione del governissimo Letta-Alfano non l’ha lasciato fuori. Anzi, è probabile che proprio l’adozione pedissequa del manuale Cencelli, conditio sine qua non per la composizione di un governo così eterogeneo, ne abbia alla fine favorito la nomina.
Sia come sia, habemus papam. C’è ora da chiedersi se e come segnerà il suo papato, o se anche in questo caso – magari per via dei mille impedimenti che bloccano sin dal suo nascere questo governo – alla fine non risulterà solo un ulteriore periodo di sede vacante.
Di 'buone intenzioni', o anche fatti, è lastricata la via?
Di ‘buone intenzioni’, o anche fatti, è lastricata la via?
Nella sua risposta alla lettera-appello, Bray mostrava le sue buone intenzioni, di cui forse la migliore – anche perchè concreta – è forse questa: “Un buon metodo di lavoro potrebbe essere quello di impegnare il Ministro deputato e l’intero Governo a presentare periodicamente al Parlamento un piano di investimenti nel campo della cultura, nel senso e nel prevalente impegno alla conservazione e valorizzazione del patrimonio esistente e al sostegno agli altri settori”.
Magari, più che presentare periodicamente un piano d’investimenti, sarebbe meglio se il Ministro riferisse periodicamente in Parlamento sul come sono stati effettuati gli investimenti, su quali siano gli esiti previsti e quelli conseguiti.
Quel che è chiaro, purtroppo, è il contesto generale. Questo governo – la maggioranza parlamentare che lo esprime, gli uomini e le donne che lo costituiscono, e quell* che lo animano pur senza esservi direttamente presenti – sono né più né meno l’espressione del disastro che abbiamo alle spalle. Protagonisti spesso già nella I Repubblica, hanno attraversato per intero la II ed ora vorrebbero spudoratamente proporsi come fondatori della III. La natura intrinseca di questa compagine, quindi, rappresenta il peggior viatico possibile anche per il lavoro di un singolo ministro che fosse, appunto, animato dalle migliori intenzioni.
Del resto, non si possono dare politiche serie di rilancio, se non c’è il pieno accordo dell’intera squadra di governo – e della maggioranza politica che lo sostiene – non solo sugli obiettivi da perseguire, ma anche, se non soprattutto, su tempi e modi per perseguirli. Insomma, senza denari non si canta messa, e quindi le priorità di spesa (e quelle di riduzione della stessa…) sono e saranno determinanti a fare la differenza tra intenzioni e realizzazioni.
Sarebbe già tanto, quindi, se il nuovo ministro riuscisse, quanto meno, ad impostare un approccio diverso al tema delle politiche culturali. Che – come lui stesso ricordava – si muovono su due crinali diversi, ma che dovrebbero riuscire a dialogare tra di loro, in un rapporto dialettico non solo sotto il profilo propriamente culturale, ma anche sotto quello della ripartizione ed uso delle risorse: conservazione del patrimonio esistente e creazione del nuovo.  
Mi permetto di sottolineare questo punto, perchè a mio avviso è uno degli elementi cardine di ogni ragionamento sulle politiche culturali. In Italia, ed in particolar modo tra le classi dirigenti, è molto diffusa e radicata un’idea di bene culturale che separa in modo netto ciò che è il passato da ciò che è il presente ed il futuro. In questa impostazione culturale, il nocciolo duro è costituito dalla convinzione che il patrimonio culturale del Paese sia costituito da ciò che abbiamo ereditato dal passato, soprattutto nelle sue espressioni concrete, materiali: reperti archeologici, monumenti, patrimonio architettonico ed artistico. Tutto ciò che viene dopo (l’oggi ed il domani) è percepito come momentaneo, di passaggio. Manca totalmente l’idea che le produzioni artistiche e culturali contemporanee sono la linfa che continua ad alimentare quel patrimonio storico, che lo arricchiscono e lo rendono vivo.
Quel patrimonio è percepito come fossilizzato. Come il latino, considerato lingua morta, così il patrimonio artistico-culturale è considerato come un dato finito, un corpus ormai immutabile. Un po’ come quei calchi in gesso dei corpi morti, a Pompei. Immagine perfetta di una vita conclusa per sempre, e per sempre congelata in quella condizione.
Ecco, Pompei mi sembra una buona cartina di tornasole, per verificare l’impostazione politica e culturale che il nuovo ministro vorrà dare. Per quanto riguarda il versante della conservazione dei beni, infatti, abbiamo attualmente di fronte due modelli: Venezia e Pompei.
Il primo, è quello che altrove ho definito modello Las Vegas, una città trasformata in gigantesca scenografia ad uso di un turismo massivo, ormai priva di una identità reale, che non sia quella della propria immagine cartolina; con una popolazione residente ormai pressochè esclusivamente costituita da personale di servizio per la grande macchina turistica. Una sorta di Pompei vivente.
All’altro capo, il secondo costituisce l’esempio della peggior gestione possibile del patrimonio esistente. Con un patrimonio storico, artistico, archeologico e culturale, praticamente abbandonato all’incuria, largamente sotto utilizzato, preda spesso dello sfruttamento parassitario e para-legale di quanti, ai suoi margini, ne usano l’immagine per i propri commerci spiccioli.
Su Pompei, un primo cambio di passo si è avuto con le politiche attuate dal Ministro per la Coesione Territoriale del precedente governo, Fabrizio Barca, che ha avviato il Grande Progetto Poompei.Si tratta di un cambiamento, diciamo così, procedurale; ma ciò non significa che sia di minor valore, anzi. Vedremo ora se il il Ministro Bray saprà e vorrà proseguire su questa strada, rivoluzionando sino in fondo la gestione del bene Pompei – magari facendone un impegno nazionale.
É cronaca di questi giorni, la disavventura del Ministro, che recandosi appunto a Pompei in Circumvesuviana, è rimasto vittima delle disastrose condizioni del trasporto pubblico in Campania, dovendo poi raggiungere la sua meta con mezzi di fortuna. A far scalpore, è la notizia del Ministro che viaggia in Circumvesuviana, invece che in auto blu con codazzo di scorta. In un Paese dove la classe dirigente è un corpo separato dai cittadini, sempre più lontano (e spaventato…) da questi, ciò che in tutta Europa è la normalità qui appare evento straordinario. Il vero spread che dovrebbe preoccuparci è quello di normalità. La separatezza delle classi dirigenti, infatti, unita alla loro gerontocrazia, ci rende più simili all’Unione Sovietica brezneviana che non ad un qualunque paese dell’Unione Europea.
A partire dall’incidente occorso al Ministro, si è ovviamente parlato delle condizioni del trasporto pubblico in regione – con l’ennesimo, stucchevole rimpallo di responsabilità tra vecchi e nuovi amministratori.
Ecco, io mi auguro che Bray, da questa sua infortunata esperienza, tragga due conclusioni: che è bene continuare ad usare i mezzi di trasporto pubblici (non solo per uscire dal Palazzo, ma anche per avere una percezione effettiva dalla vita reale dei cittadini), e che le condizioni materiali del trasporto pubblico non sono estranee alle problematiche relative alle politiche culturali. Non si può infatti pensare, ad esempio, che il doveroso e necessario rilancio dell’area archeologica di Pompei possa prescindere dal fatto che uno dei principali vettori che vi trasportano i turisti, possa essere soggetto ad una condizione quale ormai non si trova forse nemmeno nel peggior terzo mondo: mancata manutenzione, gestione inadeguata, assenza di sicurezza.
Il viaggio, signor Ministro, è appena cominciato!

giovedì 2 maggio 2013

Informare per resistere


È incredibile come gli italiani si bevano qualsiasi cosa, sempre e comunque.
È edificante vedere come il Paese sia in mano a degli “aventi diritto” che per la maggior parte non si rendono conto di quello che sta succedendo.
E si badi bene, non sto parlando degli stretti legami del Presidente del Consiglio con suo zio Gianni Letta Segretario alla Presidenza del Consiglio del rovinoso Governo Berlusconi III , o della sua partecipazione come sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri all’altrettanto disastroso per il Paese Governo Prodi II (per intenderci quello durante il quale venne siglato il Trattato di Lisbona, pater di MES e Fiscal Compact).
Non sto parlando neppure della famosa lettera che recitava testuale “Mario, quando vuoi dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno, sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice) sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono!” consegnata a Monti e nota al mondo poiché preda di un fotografo da Premio Pulitzer oltre che per il rimbambimento di “Sua Rigidità”.
Pensate che addirittura non parlo nemmeno dell’abominevole accrocchio di governo organizzato dal “Lettino” (diminutivo utilizzato per ragioni anagrafiche rispetto allo zio, non certo per dimensioni fisiche) e benedetto, oltre che da PD, PdL e Scelta Civica, da Bilderberg, Trilateral e Aspen Institute, ovvero le tre associazioni “d’elite” a cui sappiamo che il nostro neo-Presidente del Consiglio appartiene.

Quello di cui voglio che si abbia una visione chiara è questo: dopo la accesa e perenne demonizzazione del M5S in campagna elettorale, dopo la stessa perenne ma ancor più spietata campagna anti-Grillo continuata dopo i risultati delle elezioni, dopo che i “media” (da noi in gran parte finanziati con le nostre tasse) hanno tentato di fare a pezzi in tutti i modi, utilizzando soprattutto i più scorretti (tra calunnie e falsi clamorosi c’è l’imbarazzo della scelta) pur di assecondare i propri mandanti, ovvero i massimi esponenti della vecchia, corrotta e marcia politica che ci ha portato nello stato in cui stiamo, ecco che si forma, come per incanto, un Governo (e lasciamo stare addirittura il “come si è formato” e la scandalosa resurrezione di Napolitano con i “magnificat” dei soliti media ormai senza più nessuna vergogna) che pare avere le soluzioni ai problemi del Paese.

Ovviamente la prima domanda, quella che si porrebbe anche un bambino di sette anni è:
“Come mai quel che propongono ora non l’hanno proposto prima? Ma prima prima. Prima anche dell’abominio Monti intendo.”

La seconda domanda che si porrebbe lo stesso pargolo sarebbe:
“ Ma questo governo che è composto dagli stessi partiti che hanno guidato il Paese negli ultimi 20 anni e che addirittura a braccetto hanno appoggiato Mario Monti nella sua macelleria sociale come fa improvvisamente a diventare la panacea per i mali della nostra Patria?”

A quel punto Enrico Letta farebbe una carezza in testa al piccolino e gli spiegherebbe:

“ Caro figliuolo, (con la “u”, che fa molto Libro Cuore, ma anche molto Berlusconi quando parla del bel “giuoco” del suo Milan) i problemi del Paese li risolviamo così: per quanto riguarda il problema “Lavoro” bisogna ridurre le restrizioni ai contratti a termine, aiuteremo le imprese ad assumere giovani a tempo indeterminato in una politica generale di riduzione del costo del lavoro. Non bastano gli incentivi monetari ma serve una politica industriale moderna che valorizzi i grandi attori ma anche piccole e medie imprese che sono il motore di sviluppo e si deve investire su ambiente e tecnologia”.

Il bambinetto allora lo guarderebbe con aria interrogativa e risponderebbe:
”Ma quel signore con la barba che urla sempre in Piazza non aveva scritto anche lui, ben prima di voi, su quel foglio che aveva dato anche a quel signore mezzo pelato col sigaro in bocca che bisognava prendere subito: “Misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa”?

A questa risposta si sarebbe udito un brusio provenire dall’accolita degli amici vecchi e nuovi del Presidente del Consiglio, il quale avrebbe però subito incalzato il bambino facendogli notare che:
”Noi da giugno daremo lo stop all’IMU in attesa di una sua revisione. Inoltre faremo in modo che i sacrifici siano ripartiti finalmente in maniera equa, facendo lotta all’evasione fiscale, ma senza che la parola Equitalia faccia venire i brividi alla gente”.

E il pargoletto spalancando gli occhioni gli avrebbe risposto:
“ Si ma anche quel signore con la barba e i suoi amici avevano parlato e scritto di abolizione dell’IMU sulla prima casa e di abolizione di Equitalia. E lo hanno fatto ben prima di voi.”

Un altro brusio, ancora più fragoroso si sarebbe sollevato tra le fila degli amici di “Lettino”
”Senti bambino, noi studieremo forme di reddito minimo per le famiglie bisognose con figli, mica noccioline”.

E il fanciullo con un sorriso:

“ Si, ma quel signore con la barba e i suoi amici hanno parlato di reddito di cittadinanza, e da un pezzo!”

E questa volta il mormorio avrebbe cominciato ad avvertirsi anche tra la gente che aveva cominciato ad ascoltare il discorso del Presidente con quel bambino sfacciatello che non aveva paura né di parlare, né di ricordare.

Allora il Presidente del Consiglio, anche un po’ spazientito avrebbe sbottato:
” In sintonia con gli umori del momento, i miei ministri-parlamentari non percepiranno lo stipendio previsto sino ad oggi in aggiunta all’indennità. Oltre a questo risparmio simbolico cancelleremo i rimborsi elettorali e senti un po’ questa: sopprimeremo le Province!”

Detto questo il Presidente si sarebbe girato verso la sua ciurma e gli avrebbe dato una complice strizzata d’occhio.

Ma il ragazzino impertinente, facendo spallucce, avrebbe bisbigliato con aria di sufficienza:
”Anche quel signore là dice da sempre che bisogna abolire i contributi pubblici ai partiti, e quelli delle Province, ma lui in più voleva abolire anche il finanziamento diretto e indiretto ai giornali. Come mai voi non lo volete? E perché visto che quel signore con la barba ha detto da un pezzo un sacco delle cose che voi dite solo adesso, e anzi ne ha dette molte di più, non avete dato ai suoi amici nemmeno un incarico all’interno del Governo o del Parlamento?”

Potrei andare avanti all’infinito con questo raccontino, che altro non è che quello che spero faccia il popolo italiano, che sia un bambino impertinente che non si fa mettere i piedi in testa dai “grandi” che tentano di raccontargli frottole cercando di attribuirsi meriti e intenzioni che mai avrebbero avuto se non ci fosse stato un signore con la barba ad urlare nelle piazze italiane e non ci fossero stati i suoi amici, la cui rappresentanza è ora in Parlamento e “controlla”.

Ricordiamoci tutti che se “effettivamente” ci sarà un cambiamento in meglio, se la politica italiana comincerà a funzionare (ma a questo proposito, visti gli interpreti, ho più dubbi che capelli in testa) il merito è solo ed unicamente di chi (per le ragioni che preferite) da tre anni sta lottando con questo obiettivo. Non riconoscere nemmeno questo a Grillo e al M5S a mio modestissimo avviso sarebbe davvero “Alto tradimento”.

PS: A ben ragionare però, vedendo quel che sta succedendo, le parti mi si ribaltano e il bambino, che in questo caso sarebbe però un piccolo delinquentello, diventerebbe la rappresentazione della vecchia politica marcia, di questi schiavi dell’oligarchia finanziaria, di questi habitué della poltrona, ormai scoperti e “stanati”, che per far vedere alla mamma (il popolo italiano) che è cambiato, si mette a elencare montagne di buoni propositi che però altro non sono che quello che la mamma gli sta chiedendo da una vita.
Certo, non si dovrebbero mai alzare le mani sui bambini, ma in questo caso siamo sicuri che un paio di belle sberle al momento giusto non avrebbero impedito al moccioso di rubare i risparmi dal cassetto della camera da letto ed evitato di ridurci la casa impresentabile se dovessero arrivare ospiti?

venerdì 26 aprile 2013

Altro che 25 aprile!


C’è la scritta all’entrata. Letta, recitata, temuta, recentemente violata. Ma subito restituita al suo spazio: “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, dà il benvenuto ad Auschwitz. Subito dopo brecciolino, polvere, qualche incerto e sparuto accenno di erba. La primavera è in arrivo. Dentro si è avvolti dai “blocchi”, le camerate dove venivano stipati, o meglio, ammassati ebrei e non. Oltre un milione e centomila morti in cinque anni. Quel criminale del dottor Mengele era tra loro. Bene ricordarlo. Lui, la sua adorata follia, i suoi esperimenti, in particolare sui gemelli, hanno creato il terrore nel terrore all’interno del filo spinato. Ogni anno, varcano la soglia circa un milione e trecentomila visitatori; arrivano per ricordare, capire, calarsi, per quanto possibile in un realtà estranea a ogni contesto. Gli italiani sono al terzo posto, dietro a polacchi e inglesi, davanti a tedeschi e israeliani.

È un pellegrinaggio silenzioso: oltre la “scritta”, automaticamente, tutti smettono di vociare, di scherzare, di distrarsi. Si intraprende un percorso in un “non luogo” diventato luogo. “Avviene ogni volta, ‘rapiti’ da quello che vedono e che intuiscono”, racconta il professor Marcello Pezzetti. Qui, da decenni, le autorità polacche hanno deciso di far diventare Auschwitz la meta della memoria, dove ogni Stato può raccontare il suo coinvolgimento nella tragedia, fare i conti con i propri errori. Denunciarli. Non nascondersi. Francia, Ungheria, Austria, Olanda, la stessa Polonia e ad altri Paesi sono stati assegnati padiglioni permanenti, tra i blocchi, dove storici ed esperti hanno potuto offrire il proprio contributo visivo, audio, scritto. Alcuni sono bellissimi. Crudi, nella loro essenza. Gli eredi di De Gaulle si auto-schiaffeggiano ripetutamente, tra un’immagine e un documento inedito, alzano le mani e gridano “sì, anche noi abbiamo contribuito all’eccidio nazista. Sì, anche noi abbiamo collaborato”. I magiari stupiscono, anche loro.

Poi arriva l’Italia. Ed è imbarazzo. Il nostro è talmente vecchio, illegibile, fuori contesto che gli stessi responsabili museali sono stati costretti a chiuderlo “dopo ripetuti avvertimenti – continua Pezzetti – e lo ammetto: sono d’accordo con loro”. Non solo. L’Italia rischia di venir buttata fuori da Auschwitz: gli spazi espositivi dentro al campo di prigionia sono pochi, inversamente proporzionati ai Paesi desiderosi di entrare. Così la Slovenia, la Croazia o magari la Germania. Bussano, ancora nessuno risponde. Magari ancora per poco. Per capire cosa è accaduto, è necessaria un po’ di storia, inquadrare l’installazione attuale in un periodo politico ben delineato. Per allestire il padiglione italiano venne incaricata l’Aned, associazione dei deportati, che a sua volta coinvolse Primo Levi per i testi, Luigi Nono per la colonna sonora, Ludovico di Belgiojoso per l’architettura e Mario Samonà per l’opera che percorre tutte le pareti: una lunga spirale che si snoda per cinquecento metri quadrati.

Lo spazio venne inaugurato il 13 aprile 1980, ma per realizzarlo furono necessari tutti gli anni Settanta, tra discussioni, delibere, mediazioni culturali interne ed esterne: l’input dell’Unione Sovietica era quello di parlare di resistenza, orgoglio. Di concentrarsi sugli aspetti politici. Di lotta al fascismo. Le sofferenze ebraiche, neanche sfiorate. L’Aned fu ottimo mediatore. Ludovico di Belgiojoso confessò l’esigenza “di dover spersonalizzare certi aspetti individuali del cumulo dei ricordi”, il suo timore di usare un linguaggio retorico, “cadendo nell’episodico o nel patetico”. Quindi la spiegazione di Samonà: “Figure appena abbozzate emergono dai colori che dominarono le singole epoche. Si inizia col nero del fascismo e dell’oscuro periodo della violenza più spietata e su questo colore si innestano via via il rosso del socialismo, il bianco del movimento cattolico, e il giallo col quale si tentò di disprezzare gli ebrei, mentre alla fine questi tre colori, il rosso, il bianco e il giallo trionfano”.

E ancora Primo Levi che a Gianfranco Maris disse: “Deve essere un luogo dove la fantasia ed i sentimenti di ognuno, più delle immagini e dei testi, rendano l’atmosfera di una grande e indimenticabile tragedia”. Tutto ciò crolla insieme al muro. Nei primi anni Novanta la nuova direzione di Auschwitz pone delle condizioni: basta opere d’arte o installazioni, chi espone deve offrire la sintesi di un percorso, deve raccontare il viaggio dei “suoi” verso il campo di sterminio. La Francia, appunto, è tra le prime nazioni ad accettare e capire il nuovo corso e assegna cinquecentomila euro per il blocco. Sia ben chiaro: gli studiosi di origine ebraica impegnati decisero di non ricevere alcun compenso per il loro contributo. Così altre nazioni. L’Italia no. Bloccata. Immobile. Inizialmente per mancanza di fondi, poi per contrasti tra Aned, Stato a burocrazia. La questione è una: associazione dei deportati per anni ha difeso il memoriale, sostenendo che un’opera d’arte parla un linguaggio universale e sempre comprensibile, come era nell’intento di chi progettò l’installazione del Blocco 21. Un muro nel dialogo.

Ora, da poco, grazie a lunghe ed estenuanti pressioni ha cambiato lievemente posizione: “Noi siamo disposti a spostare l’opera – spiega il presidente, l’avvocato Gianfranco Maris, ex deportato a Mauthausen e Gusen – ma lo Stato ci deve finanziare”. E quanto ci vuole? “Circa tre milioni di euro”. Addirittura! “Sì: 60 mila per il trasporto, 30 per il restauro, tutti gli altri per realizzare lo spazio adeguato alla sua ricollocazione. Pensiamo al comune di Milano”. Brividi lungo la colonna del Governo italiano. “Ci sembra una cifra totalmente fuori mercato. Vogliamo vedere le specifiche – spiegano dal ministero di Riccardi – Detto questo siamo pronti a risolvere il problema, c’è già una somma stanziata”. Vero. È uno degli ultimi atti del secondo governo Prodi, all’interno del milleproroghe: 750mila euro accantonati e bloccati da un successivo ricorso al Tar dell’Aned, sempre preoccupato del suo memoriale. Adesso, però, è giunto il momento di non fare i conti solo con il passato remoto, ma anche con quello prossimo.



lunedì 22 aprile 2013

Trasparenza nella PA


È entrato in vigore il 20 aprile scorso il decreto legislativo n. 33 del 14 marzo 2013, recante “Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 80 del 5 aprile 2013.

Composto da 53 articoli – raggruppati in sette Capi – e da un allegato, il provvedimento (approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri del 15 febbraio scorso) attua i commi 35 e 36 della Legge anticorruzione (Legge 6 novembre 2012 n. 190), riordinando tutte le norme che riguardano gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni da parte delle Pubbliche amministrazioni e introducendo delle sanzioni per il mancato rispetto dei vincoli.

Trasparenza su piani regolatori e varianti urbanistiche

È previsto l'obbligo di pubblicità dei dati e documenti in possesso delle Pubbliche amministrazioni, tra i quali gli atti dei procedimenti di approvazione dei piani regolatori e delle varianti urbanistiche.

Trasparenza sugli appalti

Per quanto riguarda le gare di lavori, servizi e forniture, il decreto introduce una serie di obblighi al fine di aumentare il livello di trasparenza. Viene introdotto in particolare l'obbligo per tutte le stazioni appaltanti di pubblicare sul loro sito internet, per ciascun contratto comunque assegnato il bando, la determina di aggiudicazione definitiva, la struttura proponente, l'oggetto del bando e dell'eventuale delibera a contrarre, l'importo dell'aggiudicazione, l'aggiudicatario, la base d'asta, la procedura e la modalità di selezione del contraente, il numero di offerenti che hanno partecipato al procedimento, i tempi di completamento dell'opera, l'importo delle somme liquidate, le modifiche contrattuali e le decisioni di ritiro e recesso dei contratti.

Inoltre, le stazioni appaltanti devono pubblicare anche i dati relativi ai contratti di importo inferiore ai 20.000 euro e, solo per i lavori, il verbale di consegna dei lavori, il certificato di ultimazione dei lavori e il conto finale dei lavori.

Tutte le informazioni suddette vanno raccolte, entro il 31 gennaio, in tabelle riassuntive liberamente fruibili secondo un formato che permetta a chiunque di analizzare e rielaborare i dati anche a fini statistici.

Le informazioni vanno trasmesse all'AVCP

Il provvedimento prevede anche l'obbligo di trasmissione all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di tutte le informazioni pubblicate sui siti internet delle stazioni appaltanti.

Sanzioni

Entro il 30 aprile di ogni anno, l'Autorità comunicherà alla Corte dei Conti la lista delle amministrazioni che non si sono conformate agli obblighi. Sono previste sanzioni fino a 51.545 euro.

Pubblicazione dei tempi e costi delle opere pubbliche completate

Le PA sono tenute a pubblicare, secondo modelli standard indicati dall'Avcp, le informazioni relative ai tempi, ai costi unitari e agli indicatori di realizzazione delle opere pubbliche completate.

Trasparenza per i lavori privati e i provvedimenti urgenti

L'obbligo di pubblicazione – in una specifica sezione del sito internet del Comune - riguarda anche le procedure per i lavori privati e i provvedimenti urgenti adottati in caso di catastrofi naturali, con l'indicazione delle motivazioni alla base delle deroghe.

Tempi medi di pagamento

Il decreto introduce anche l'obbligo della pubblicazione, ogni anno, di un indicatore dei propri tempi medi di pagamento relativi agli acquisti di beni, servizi e forniture, denominato “indicatore di tempestività dei pagamenti”.

venerdì 19 aprile 2013

Flop!


Per scegliere un candidato "largamente condiviso" Bersani ha scelto uno che gli ha fracassato il partito: ma si può essere più incapaci? Il Pd forse si avvia ad una rapida scomposizione. Non è detto che sia un male...

Ed allora, alla fine, Marini non ce l'ha fatta: sulla carta partiva da circa 800 voti, poi man mano, si sono sfilati prima Sel ed i renziani, poi i socialisti, poi Fratelli d'Italia (confesso che Crosetto mi è sempre stato simpatico e questo me lo rende ancora più simpatico), poi sono iniziate a fioccare le dissociazioni singole di grandi elettori Pd e Scelta Civica, mentre qualche mal di pancia serpeggiava anche nel Pdl e, su tutto, gravava l'incognita su quello che avrebbero fatti "i giovani turchi" di Fassina. Si sapeva che persino i parlamentari emiliani (patria di Bersani) stavano stilando un documento per chiedere al vecchio democristiano di fare un passo indietro figuriamoci!).

Forse Marini non era il candidato peggiore (sicuramente peggiori sarebbero D'Alema e Amato), sicuramente era il più sbagliato: interno alla casta e uomo dell'inciucio come D'Alema & c, ma più vecchio, sbiadito, senza un passato politico di primo piano, inviso a gran parte del suo stesso partito (persino alla Bindi, mentre ed era esattamente uno dei due nomi che Renzi aveva esplicitamente bocciato nella rosa) e, per di più, trombato alle ultime elezioni nella sua stessa regione. Ma insomma, si può prendere a sberle l'elettorato imponendogli come Capo dello Stato uno che non è riuscito a farsi rieleggere deputato?

Nei sondaggi dei vari quotidiani (per quel che valgono) il suo nome non compariva affatto o raccoglieva percentuali da prefisso telefonico. Bersani non poteva fare una scelta più di casta, più estranea al sentimento del paese, più sgangherata, più inciucesca di questa.

I risultati parlano chiaro: una bella fetta dei grandi elettori del Pd non se la è sentita di votare uno così e Bersani ormai è del tutto delegittimato. Come dare torto persino alla Santanchè quando dice che, bocciato Marini, loro non hanno più interlocutore nel Pd, perché nessuno può dire di rappresentare non dico la totalità, ma neppure la maggioranza del gruppo elettorale Pd.

Per scegliere un candidato "largamente condiviso" Bersani ha scelto uno che gli ha fracassato il partito: ma si può essere più incapaci? La posizione di Bersani non era certo facile, lo sappiamo, però è sbalorditiva la serie di errori di metodo che ha fatto. In primo luogo ha impostato malissimo il rapporto con il M5s, partendo dalla questione del governo e non da quella sul Capo dello Stato che, come si è visto, era terreno più facile per avviare una (difficile intesa). Va detto, però, che Grillo ci ha messo del suo con una intransigenza sterile e un po' isterica, mentre aveva ben altre possibilità.

Poi, Bersani, visto che il M5s rispondeva picche, ha deciso di rivolgersi a destra, ma non troppo, cioè per il capo dello Stato si ma per il governo no. O non ancora... non si è capito. In tutto questo, non gli è passato per la mente di consultare i suoi gruppi parlamentari: sei un segretario di partito semi sconfitto alle elezioni, sei sotto schiaffo a destra da parte di Renzi ed hai mal di pancia sulla sinistra, hai avuto freddezza dal capo dello Stato uscente che era del tuo partito, non sai come condurre la crisi di governo. In condizioni simili, se non vuoi finire rapidamente nel tritacarne, il minimo che devi fare è assicurarti di avere alle spalle la grande maggioranza dei tuoi grandi elettori.

Per cui, l'assemblea dei gruppi la fai PRIMA, non dopo aver formulato la rosa e, soprattutto, ti accerti che la linea di apertura al Pdl sia sufficientemente condivisa. Insomma, non era possibile fare più errori in una volta sola. Forse Bersani pensava di essere il generale che guida l'attacco e che i soldati seguono come un sol uomo: ma chi credeva di essere, Napoleone sul ponte di Arcole?

Il bello è che, nelle condizioni di scollamento del centro sinistra che erano già chiare, la partita era aperta a due esiti possibili: se Marini non fosse riuscito al primo turno questo avrebbe significato che il Pd si era svenato inutilmente e il suo segretario aveva perso, oppure, se Marini fosse riuscito lo sarebbe stato solo grazie ai voti determinanti della Lega e, quindi, il Pd, per la formazione del governo, si sarebbe legato in tutto e per tutto al centro destra e non avrebbe avuto più la legittimità per chiedere il Presidente del Consiglio, E questa è una sconfitta peggiore per Bersani che, in ogni caso sarebbe stato il perdente.

Dopo un risultato così, cosa resta da fare al povero Bersani? Nella vita ci sino molte cose da fare oltre che la politica: ad esempio il ricamo, il giardinaggio, il golf. E la norcineria no? Fare prosciutti è una attività nobilissima che dà vive soddisfazioni.

Il Pd ormai è solo un aggregato caotico di correnti, gruppi di interessi e sultanati e forse si avvia ad una rapida scomposizione. Non è detto che sia un male: si è sempre trattato di un ibrido sterile e malriuscito e che si ridisegni una mappa delle forze politiche un po' meno pasticciata è auspicabile. Ma sapranno farlo o si suicideranno in una esplosione convulsa?

Sempre di più si avverte il bisogno di un vero partito di sinistra.

 

sabato 13 aprile 2013

Che vergogna!

Ricevo, condivido e volentieri pubblico.

Egregio Ministro Dell’Economia e Finanza Dott. Vittorio Grilli.
Sono il Dott. Luca Faccio da Bassano del Grappa – Vicenza
Le scrivo per esprimerle la mia indignazione in quanto, un finanziere munito di auto blu, lunedì 8 Aprile 2013, ha sostato per circa un’ora in un parcheggio per disabili presso il centro commerciale ‘Da Vinci’ a Fiumicino (Roma) non avendone diritto, in quanto non munito del contrassegno per disabili che permette di poter sostare in tali aree di sosta. Tale permesso come saprà viene rilasciato su richiesta dalla Polizia Municipale dimostrando con l’apposita documentazione medica la propria invalidità temporanea o permanente, e come dimostrato dal video la persona che guida non dimostra di avere nessun tipo di handicap che lo autorizzi a poter sostare in tali spazi, non crede?
Le posso assicurare che avendo l’invalidità al 100% a causa di un handicap motorio mi trovo quotidianamente a scontrarmi con persone che parcheggiano nelle aree riservate ai disabili e questa cosa mi provoca parecchi disagi, con la persona che mi accompagna siamo costretti a trovare un nuovo punto di sosta il più delle volte lontano dal luogo dove vorremmo recarci causando non poche difficoltà.
Non credo sia corretto appropriarsi dei diritti degli altri senza averne diritto; ma ancor più grave se per farlo ci si avvale dell’auto di servizio pagata attraverso le tasse dai cittadini.
La invito cortesemente a compiere approfonditi accertamenti in merito e di sanzionare tale atteggiamento affinché non si ripeta più.
In attesa di una sua risposta scritta che sono certo non tarderà ad arrivare e che verrà pubblicata qui nel mio blog, la ringrazio anticipatamente.
Cordiali saluti,
Dott. Luca Faccio


lunedì 8 aprile 2013

I club dei pedofili!


Proprio l’altro giorno, il 2 Aprile 2013, si è verificato qualcosa di assurdo quanto di inaspettato che è passato troppo presto in secondo, se non in terzo, piano. “I club pedofili hanno il diritto di esistere”, frase che riassume la sentenza shock della Corte d’Appello olandese. Ebbene si, avete letto bene, in Olanda si è dato il via libera alle fondazioni che promuovono la pedofilia nonostante, oltre a foto e testi presenti sul sito web, ci siano alcuni membri che sono stati condannati per reati sessuali. Questo (mis)fatto andrebbe contro i valori del più libertario d’Occidente (l’Olanda) ma, nonostante ciò, i giudici hanno sentenziato che la società olandese è abbastanza “resistente” per affrontare “le dichiarazioni indesiderabili ed il comportamento aberrante” della fondazione pro-pedofilia in questione (lo “Stitching Martij”). Sarà la società olandese a dover sottostare a una simile nefandezza e non il club pedofilo ad essere, una volta per tutte, abolito.

In Italia, paese considerato tra i paesi più “primitivi” e “conservatori” d’Europa, non è accaduto niente di tutto ciò. Ma il fiore, se pronto, non ci mette molto a sbocciare. E il paragone con il fiore per quanto causale è anche inappropriato. Un bel po’ di anni fa, parliamo del 1998, a Bologna ci fu un convegno nel quale i radicali sostenevano che la pedofilia come gusto sessuale è lecita, basta che non diventi un azione criminale. E ancora “Contestare le forme di una crociata antipedofila non significa riconoscere il ‘buon diritto’ di qualcuno a intrattenere relazioni sessuali con bambini in tenera età, ma si tratta di difendere il ‘buon diritto’ di ciascuno a non essere giudicato e condannato solo sulla base della riprovazione morale suscitata da proprie preferenze sessuali”.

Insomma, i radicali sostengono che l’essere pedofilo sia una consapevole e giusta presa di coscienza riguardo la propria preferenza sessuale. A me piacciono i bambini, li amo, perché non posso soddisfare il mio desiderio amorevole? Questo è il ragionamento. Tutto ciò è assurdo, tutto ciò è pericoloso. Ciò è assurdo perché la pedofilia viene messa sullo stesso piano di qualsiasi altra preferenza sessuale, qualsiasi essa sia. Ciò è pericoloso perché i radicali pensano veramente che la “cultura della pedofilia” sia scindibile dalle terribili azioni pedofile. Cosi era il discorso di Maurizio Turco volto a giustificare ancora una volta la pedofilia come un “orientamento sessuale”. “Premesso che i fatti di oggetto delle cronache di questi anni non sono episodi di ‘pedofilia’ ma di pura violenza e criminalità (come se ci fosse differenza tra le due cose, ndr), e come tali devono essere considerati e perseguiti, voglio aggiungere che è del tutto inaccettabile la criminalizzazione di un orientamento sessuale in quanto tale, di un modo di ‘essere’, di uno ‘stato’…si tratta di affermare il diritto di tutti e di ciascuno a non essere condannati sulla base della riprovazione morale che altri possono provare nei confronti delle loro preferenze sessuali. Criminalizzare i ‘pedofili’ in quanto tali, al contrario, non serve a ‘tutelare i minori’, ma solo a creare un clima incivile, né umano, né cristiano”.

Per i radicali, ormai è chiaro, esiste un “modo di essere”, uno “stato” di pedofilia indipendente dalla volontà del soggetto. Siamo di fronte allo sdoganamento della pedofilia come scelta di vita. Siamo di fronte alla comprensione e quasi alla sensibilizzazione nei confronti dei pedofili e di chi si dichiara tale.

Ormai, oggi, si tende ad assecondare qualsiasi cosa, qualsiasi capriccio, qualsiasi desiderio. “Perché vietarlo?” questa è la domanda che si pongono coloro che sono, è assurdo dirlo, pro-pedofili. La risposta è semplice: in gioco non c’è il proprio “egoismo”, la tua voglia di “assecondare tutto e istituire assurdi diritti”, la tua brama assurda di esaudire i desideri perversi di gente perversa. In gioco c’è anche la sicurezza, la protezione ma, soprattutto, la dignità di un bambino che, li per li, può non comprendere ma che quell’esperienza, quello schock se lo porterà avanti per tutta la vita. Perché commettere tali assurdità? Perché legittimare azioni e culture che, né in cielo e né in terra, potranno mai essere legittimate?
Attenti perché i pedofili esistono ma esiste anche questa forte cultura pro-pedofilia veicolata quasi liberamente. Ecco “il progresso”. Eccolo; e proviene da gente che al primo caso di pedofilia nella Chiesa urlava allo scandalo. Stiamo attenti e alziamo la voce.

martedì 2 aprile 2013

Addio pensioni?


Una azienda con un patrimonio di 41 miliardi che nel giro di un paio d’anni ne avesse persi così tanti da farlo scendere a soli 15, verrebbe considerata sana oppure oppure desterebbe se non altro l’interesse di andarne a capire il motivo? E ancora di più: nel caso in cui questa “azienda” fosse di importanza fondamentale non solo per i suoi azionisti ma per l’intero Paese del quale fa parte, sarebbe il caso, a livello informativo, di dare risalto alla notizia e di farla entrare nel dibattito pubblico? Le risposte sono scontate, ma le domande servono a introdurre l’argomento. Perché lo Stato del quale parliamo è l’Italia, e l’”azienda” con questi conti disastrati si chiama Inps.

L’istituto di previdenza, infatti, aveva a fine 2011 un patrimonio di 41 miliardi, come detto, il quale si è ridotto a soli 15 in 24 mesi. Ma è a livello tendenziale che le cose peggiorano e destano ancora più preoccupazione.

Ci sono due elementi importanti da tenere in considerazione più un terzo che è addirittura determinante.

Inpdap profondo rosso

Il primo, motivo principale di questo calo del patrimonio, è relativo alla fusione recente di Inpdap e Inps, cioè il fatto che il sistema pensionistico del settore pubblico sia stato fatto confluire all’interno di quello del settore privato (operazione datata appunto 2012). La fusione di questi due enti era stata prevista trionfalmente, comunicando che, per via dei tagli alle spese che tale operazione avrebbe comportato si sarebbero risparmiate alcune centinaia di milioni di euro. Cosa puntualmente ancora non verificata, visto che sia la prevista gestione unica degli immobili dei due enti sia la razionalizzazione del personale è ancora di là dal venire.

Nel frattempo, però, questo matrimonio ha portato in dote al sistema pensionistico del settore privato oltre 10 miliardi di rosso, contribuendo ad affossare ancora di più le riserve originarie dell’Inps conteggiate a fine 2011.

Lo Stato moroso

Il secondo dato allarmante contiene una riflessione interessante, visto che, come si dice, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende. Dunque, il grande buco dell’Inpdap – che, ribadiamo, era l’ente pensionistico dei dipendenti del settore pubblico – dipende direttamente da un elemento chiave: le pubbliche amministrazioni, da tempo e in modo diffuso, non stanno pagando del tutto i contributi pensionistici dovuti dei propri dipendenti. Si tratta di una somma stimata in circa 30 miliardi, che grava ovviamente sul bilancio già fortemente compromesso dello Stato ma che, attenzione, non è ancora stato messo agli atti, visto che proprio mediante la fusione con l’Inps è stato, per il momento, occultato.

Ora, già il fatto che le amministrazioni pubbliche non stiano versando tutti i contributi dei dipendenti, cioè che lo Stato sia moroso verso se stesso e i suoi dipendenti, è cosa che dovrebbe chiarire da sola la situazione generale. Ma che ora – ed eccoci alla riflessione poco ortodossa accennata poc’anzi – vi sia stata questa misura di accorpamento tra Inpdap e Inps fa venire più di qualche dubbio. È come se – meglio: è – lo Stato avesse scelto di prendere un proprio ente in forte deficit (nel quale da una parte doveva far confluire alcune proprie spese, cioè i contributi dei dipendenti, e dall’altra far uscire altre spese, cioè l’erogazione delle pensioni) e lo avesse inserito, come un cavallo di troia malefico, nell’altro ente (l’Inps) in cui sono i privati a far confluire i propri contributi per unire il tutto in un calderone, prossimo al collasso, sul quale far gravare un fallimento complessivo. Tra un po’, in altre parole, siccome l’Inps, con il patrimonio così drasticamente intaccato e con i conti tendenziali in rosso, non potrà più erogare le pensioni, si prenderà atto della cosa dimenticandosi che buona parte di questo scenario catastrofico dipende proprio dai mancati versamenti del settore pubblico.

Baby boomers all’incasso (forse)

Il terzo elemento, anche in questo caso assente dal dibattito e dalle analisi attuali, risiede nella constatazione che proprio in questi anni, e per il prossimo quinquennio, c’è una enorme fetta del Paese a dover andare in pensione. Si tratta della generazione dei baby boomers. Di quelli, per intenderci, che negli anni Settanta tentarono la “rivoluzione” più celebrata che concreta. E che, “una volta al potere”, al posto delle rivoluzioni si sono invece premurati di mettere al riparo i propri meri interessi. Oggi, in età pensionistica, appunto, sono in procinto di passare all’incasso. Se questa massa di persone fosse messa in grado di andare dritta in pensione così come giustamente previsto, l’Inps crollerebbe in modo definitivo nel giro di qualche anno appena. Ribadiamo, infatti, che già a fine 2013 il bilancio complessivo dell’Inps è atteso a poco oltre 15 miliardi. Dai 41 di fine 2011.

Non solo: tutte le operazioni relative al sistema pensionistico degli ultimi anni a questo punto possono – e devono – essere interpretate alla luce dei dati che ora stanno venendo fuori, ma che evidentemente già anni addietro erano ben presenti all’interno degli ambienti politici. Nel luglio del 2010, sul Mensile, pubblicammo questo articolo: “In Pensione a 100 anni” . Oggi bisogna aggiornarlo. Il tentativo neanche troppo velato, almeno per chi voglia accorgersene, è quello di evitare proprio che persone possano andare in pensione. Il che si applica facendole lavorare il più a lungo possibile, spostando sempre in là la data in cui sarà possibile andare in pensione. Con questo si otterrà il risultato di aver fatto lavorare tutta la vita le persone, facendogli versare montagne di contributi, sino al punto in cui avranno davanti ancora pochissimi anni, una volta andate in pensione, per avere indietro dallo Stato solo una piccola parte di quanto versato. Sempre che non muoiano prima sulla scrivania del proprio posto di lavoro.

I giovani sono completamente fuori

Parallelamente, il fatto che così tante persone non possano lasciare il posto di lavoro sino di fatto alla vecchiaia comporta anche l’assoluta mancanza di turnover, e dunque pochissimo accesso dei giovani al mondo del lavoro. Come stiamo puntualmente verificando. Questi, già penalizzati dalle riforme Fornero sul lavoro che hanno aumentato le già elevate sperequazioni precedenti, tra contratti da fame a 500 euro al mese e senza alcuna possibilità di accedere a un posto di lavoro degno di questo nome, in ogni caso, ora e domani, non saranno comunque in grado di versare contributi in quantità bastante a pagare le pensioni di chi, via via, in ritardo e alla fine, comunque (per ora: almeno secondo le norme attuali) in pensione poco alla volta ci sta andando.

Il tutto, naturalmente, contribuisce a peggiorare il quadro già disastroso dell’Inps.

Dobbiamo a questo punto necessariamente correggerci. A destare preoccupazione sono le cose incerte. Mentre qui si può tranquillamente parlare di una certezza: l’Inps sta finendo nel buco nero statale e dunque le pensioni non potranno essere più erogate a breve. Molto a breve, a meno di stravolgimenti sistemici (uscita dall’Euro e ripresa della sovranità monetaria, ad esempio) che per ora comunque non sono all’orizzonte. Il che apre scenari non preoccupanti, ma terrorizzanti. Nel silenzio generale di chi sa ma non vuole far sapere.

domenica 31 marzo 2013

Figli di NN

Ricevo e volentieri pubblico.
 
Ieri, 27 marzo 2013, il sig. Beppe Piero Grillo, comico milionario (4 milioni e 300.000 Euro di imponibile nel 2007) che non fa più ridere, leader ineleggibile (in quanto condannato per omicidio colposo) di un movimento politico "né di destra né di sinistra" che esclude chiunque sia condannato anche in prima istanza, titolare di un blog in cui fa pubblicità ossessiva a se stesso, Casaleggio, Dario Fo, Travaglio (nonché al professore eesaltato Becchi), Rcs, IPad, Immobiliare.it, pannelli fotovoltaici, Forge of Empire (gioco di ruolo) e soprattutto Amazon - la società che in Germania aveva assunto i neonazisti per controllare i lavoratori precari impiegati nel magazzino - ha scritto sul suo blog che i giovani d'oggi sono figli di NN, ovvero di padri puttanieri ecc. Come figlio di madre nubile e quindi di NN (padre puttaniere?) gli... rimando con piacere gli insulti, sperando che altri si uniscano in un coro assordante di pernacchie. Io mi chiedo fino a quando tollereremo le sparate di questo avventuriero opportunista, che un giorno esalta la polizia e il giorno dopo esprime solidarietà alla mamma di Aldrovandi, che un giorno chiacchiera con i fascisti di Casa Pound e il giorno dopo strumentalizza il movimento No Tav, di questo ricco sfondato che gira in Suv con autista, ma esige dai suoi deputati la massima sobrietà, che fino a qualche anno fa sfasciava i computer sul palco e oggi fa affari con il marketing elettronico (le valutazioni sui guadagni pubblicitari del suo blog oscillano tra.1 e 4 milioni Euro annui). E comincio a chiedermi se i ragazzotti scelti come candidati sul blog di Grillo, in media con 300 clic, siano solo degli illusi o non invece arrampicatori come il loro padrone (Bersani che si genuflette davanti a loro, che pena!) . Comunque sia, fino a qualche giorno fa la prospettiva di essere governato da vegani paranoici, deputate cafone e senatori sonnolenti mi faceva ridere. Oggi, comincia a farmi orrore.
Alessandro Dal Lago

mercoledì 27 marzo 2013

Ancora Nestlè!


Prodotti Nestlè ancora sotto accusa-Sembra essere sempre più vera la credenza che solo mangiando prodotti fatti in casa con le proprie mani si può essere sicuri di non trovare veleni, insetti o addirittura pezzi di plastica. Di solito quando si va al supermercato si cercano i prodotti di marca proprio perchè spesso sono sinonimo di garanzia. Dopo quello che è succeso nell’ultimo mese non è dato sapere  più cosa avviene nella case di produzione. Ieri l’ultima novità: la Nestlè dopo aver ritirato i tortellini, deve ritirare dal mercato anche le barrette Kit Kat. In particolare sembra che una decina di persone abbiamo trovato nelle barrette dei pezzettini di plastica e abbiano subito contattato l’azienda produttrice mai sensibile come in questi mesi alla causa.

La barrette finite sotto osservazione sono quelle al burro di arachidi, alle nocciole, al mou e al caramello. Attualmente sono state ritirate dal mercato per “evitare qualsiasi rischio per i nostri consumatori”, ha riferito la società. Ritirata anche la collezione di Uova giganti Kit Kat Chunky. In Italia questo genere di prodotti non viene molto venduto mentre è distribuito largamente nel Regno Unito.

Nestlé ancora una volta deve chiedere scusa ai clienti per lo spiacevole inconveniente. Invita tutte le persone che hanno già acquistato le barrette, o anche le uova di Pasqua a non mangiarle. Saranno ridati i soldi spesi per l’acquisto di questi prodotti. Un portavoce della società ha detto: “La sicurezza e la qualità dei nostri prodotti sono non negoziabili priorità per l’azienda. Ci scusiamo con i nostri consumatori per qualsiasi inconveniente causato da questo volontario ritiro dal mercato”.

 Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

venerdì 22 marzo 2013

250mila posti di lavoro? Ecco come...

La liquidazione dei crediti delle imprese da parte della pubblica amministrazione potrebbe portare a un aumento in 5 anni di 250.000 occupati e a una crescita del Pil dell’1% per i primi 3 anni, fino ad arrivare al +1,5% nel 2018. Lo ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, chiedendo al Governo un provvedimento per il pagamento immediato.
“Questi dati dimostrano – ha dichiarato Squinzi – che l’immissione di liquidità nel sistema delle imprese innescherebbe un circolo virtuoso portatore di posti di lavoro e, quindi, maggiori consumi. Confindustria auspica che il governo in carica provveda tempestivamente ad adottare, già dal prossimo Consiglio dei ministri, tutti i provvedimenti necessari per la liquidazione di quanto spetta alle imprese, così come indicato dalla Commissione europea e chiaramente emerso dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio”.
Squinzi è intervenuto dopo le dichiarazioni del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, al quotidiano della Confindustria. ”Dopo il via libera della commissione europea non vedo ragioni per non procedere con un provvedimento d’urgenza per sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione – ha affermato Grilli in un’intervista al Sole 24 Ore – il ministero è pronto al decreto”. Certo, aggiunge, “ci sono ancora molti aspetti tecnici da definire. E la decisione sullo strumento da adottare non tocca a me. Ma se è vero che siamo davanti a un’emergenza, e io credo che sia vero, è giusto partire prima possibile. Ci stiamo lavorando con la massima urgenza, poi toccherà a Monti decidere quando spingere il bottone”. Grilli assicura che “da parte del Tesoro non verranno messi inutili ostacoli o complicazioni burocratiche” e i controlli saranno “ex post non ex ante. Nessuno avrà più un alibi”.
E conclude: “Ovviamente servirà anche un consenso ampio del Parlamento, perché un eventuale decreto dovrà comunque essere convertito in legge dal Parlamento. Qui si tratta di cambiare, anche se solo una tantum, i saldi di bilancio. Non è un’operazione banale”. Per i pagamenti sarà possibile intanto “l’allentamento una-tantum del patto di stabilità interno” in modo che “i Comuni che hanno fondi in cassa possano usarli”. Per i debiti legati alla spesa corrente, invece, “andremo sul mercato per poi girare la liquidità alle amministrazioni”, ma “pagheremo alcuni debiti direttamente con titoli di Stato”.
E intanto la Cgia di Mestre ha diffuso uno studio dal quale emerge che nel 2012 un fallimento su tre è stato causato dai ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni. Secondo il rapporto delle 12.463 imprese italiane che hanno chiuso per fallimento, per poco più di 3.800 (pari al 31% del totale) “la causa principale è da imputare all’impossibilità di incassare, sia da committenti pubblici, sia da committenti privati, le proprie spettanze in tempi ragionevoli”.
La Cgia sottolinea che bisogna inoltre rispettare le disposizioni previste dal decreto che ha recepito la Direttiva europea contro il ritardo nei pagamenti, entrato in vigore lo scorso primo gennaio. “La mancanza di liquidità che attanaglia le imprese sta facendo crescere il numero degli sfiduciati – ha dichiarato il segretario Giuseppe Bortolussi – che hanno deciso di non ricorrere alle banche. E’ un segnale preoccupante che rischia di indurre molte aziende a rivolgersi a forme illegali di accesso al credito, con il pericolo che ciò dia luogo a un aumento dell’usura e del numero di infiltrazioni malavitose nel nostro sistema economico”.

lunedì 18 marzo 2013

Perplessità o certezze?


1. Dobbiamo ammettere che molti elettori del Movimento 5 Stelle, sono un po’ perplessi. Sanno che i media fanno a gara a chi distorce meglio le parole degli esponenti del M5S, a partire dal suo nucleo dirigente.

D’altra parte il circa 45% della popolazione che non possiede Internet solo dai media sicofanti riesce ad ottenere, semmai, notizie.

E non è detto che tutto il rimanente 55% sia dedito ad andare a cercare sulla Rete cosa sta succedendo in politica.

E poi sulla Rete si leggono cose anche poco coerenti, un po’ balorde, che possono essere usate in un modo o in un altro, ben si sa.

Prendiamo il caso delle “dichiarazioni” (in realtà di seconda mano) della capogruppo 5 Stelle alla Camera, Roberta Lombardi.

Non ci interessa, a noi che siamo nati antifascisti, seguire le polemiche ipocrite del mainstream. In questo caso la nostra perplessità è un’altra: cara Roberta ma sai quanto ce ne frega sapere nel 2013 se Mussolini nel 1922 ha avuto o meno un alto senso dello Stato? Che razza di tema è? Al più andrebbe bene in un simposio storico sul Ventennio; ma oggi, nel contesto politico attuale! Bah.

Tutti i governanti in un modo o nell’altro hanno avuto il senso dello Stato: Eisenhower, Hitler, Churchill (anzi, lui addirittura aveva un alto senso dell’Impero), Stalin, Krusciov e Kennedy, Obama e Putin, Andreotti e Craxi, persino D’Alema e Napolitano anche se lo associano al senso dello Stato d’oltreoceano. Che diavolo significa? Lasciamo perdere. Chi se ne impippa, ripetiamo.

E lo stesso tipo di perplessità ci ha invaso assistendo alla battaglia per i presidenti di Camera e Senato. È vero che sono importanti ruoli istituzionali, ma da qui, dalla piazza dei vostri elettori, cari neo-eletti 5 Stelle, ci è sembrata una baruffa di Palazzo. Scusate se siamo così terra terra.

Adesso che finalmente il problema è risolto, vi ricordiamo che noi che in quel Palazzo noi non ci siamo, vi abbiamo eletto perché pensiamo che il vostro palazzo sia il Paese reale.

Quindi d’ora in avanti, fin dall’inizio dei lavori parlamentari, ci aspettiamo proposte: proposte sulla crisi che ci sta prendendo alla gola. È lì che bisogna dare battaglia, come vi ha suggerito anche un vostro amico di lunga data, Giulietto Chiesa. Perdere una battaglia ben combattuta su quel terreno, è meglio che vincerne due sulle cariche istituzionali. Se poi si dovesse vincere, meglio ancora.

2. Quando vi abbiamo eletto sapevamo benissimo che non avevate un programma “coerentizzato”. Molti punti ci piacevano, ma un nesso logico e politico, un filo conduttore che tenesse le varie perle assieme in una collana, si faceva fatica a vederlo.

Per carità, non che i programmi degli altri fossero un gran che coerenti, nemmeno quelli che si rifacevano alla famosa Agenda Monti, che una pur pessima coerenza avrebbero dovuto avere.

D’altra parte abbiamo ben sperimentato l’abilità tecnica dei loschi figuri che per un anno ci hanno governato. Loschi e imbroglioni.

Prendiamo, ad esempio, il “problema esodati”, perché è paradigmatico. Suvvia, professoressa Fornero, ammetta che ha imbrogliato, che sapeva benissimo fin dall’inizio quanti erano effettivamente gli esodati ma ha dovuto adeguare il numero ufficiale, di Palazzo, ai tagli lineari imposti dal suo boss di quartiere. Cosicché, visto che da imbroglio nasce imbroglio, ha rilasciato con fatica (ha pianto anche in quel caso?) una legge imbrogliona che non copre nemmeno tutti i casi che la stessa legge prevede. Cosicché il criterio di scelta tra pari aventi diritto sarà uno scientifico Ambarabà Ciccì Coccò. Se invece ci dimostra che non sapeva i numeri esatti, ritiriamo senza meno l’«imbrogliona» e ammettiamo che sia stata solo un’irresponsabile ignorante.

Che tecnici, ragazzi! La loro grande scienza è stata tutta profusa nelle manovre di depauperamento della società. Chissà perché, poi, ce la prendevamo tanto coi tagli lineari di Tremonti, che in confronto al suo omonimo senza il “Tre”, adesso ci appare quasi un esponente della socialdemocrazia scandinava.

3. Cari nostri deputati e senatori 5 Stelle, questo è solo un esempio dei problemi urgenti che dovete affrontare. Siete stati eletti per emendare i danni dei tecnici ambarabà e dei loro supporter opportunisti, non solo per ribadirgli che sono ambarabà e opportunisti.

Sarebbe il caso che il M5S rendesse coerente la sua linea di pensiero. Come utenti medi della Rete, che da lì traggono le notizie e non dai media sicofanti, vorremmo ad esempio capir meglio come stanno insieme la decrescita e il pensiero del professor Callegati; vorremmo sapere come sta insieme il sacrosanto No alle nostre missioni militari all’estero e la permanenza dell’Italia in una sempre più bellicosa Nato alla cui sezione europea gli Stati Uniti stanno per subappaltare tutte le prossime guerre in Africa. Infine vorremmo sapere alcune cose su Euro ed Europa, sul Fiscal Compact, sul MES e anche se vi viene il sospetto che le stesse ricette economiche, se dette da un italiano o se dette da uno Stiglitz magari non condividono la medesima visione geostrategica. A meno che non si creda alla solita panzana che l’Economia è una scienza esatta che si eleva sopra la politica.

Ma per queste cose c’è meno fretta.

C’è invece una fretta del diavolo nel trovare rimedi, per lo meno transitori ma effettivi, alla crisi. Poi, dato che tout se tient, specialmente in una crisi sistemica e quindi internazionale, ragionando su quelli si sbatterà proficuamente il grugno anche sulla politica estera, su come ad esempio vedono l’Euro gli americani, che non è la stessa visione dei tedeschi, che non hanno la stessa idea della Grecia o dell’Italia, e così via.

Siamo un po’ naïf, ma molto preoccupati.

Sappiamo bene con quale rabbia e delusione una gran massa di italiani abbia puntato molto sul Movimento 5 Stelle: ne facevamo parte.

Ora si tratta di costruire. Le battaglie, le migliori, si danno sui progetti di costruzione, sulla realizzazione e la direzione dei lavori. Alla fine vorremmo vedere qualcosa di ben fatto.

Non avete esperienza di governo? Non preoccupatevi, tanto di fronte avete dei cialtroni che hanno il solo vantaggio di avere un pelo sullo stomaco da fare invidia a un lupo o, se va bene, alle famose piccole volpi che rovinano i vigneti.

Fate attenzione alle loro zanne o alle loro furberie.

Ma state attenti ai problemi concreti di chi vi ha eletto, perché in questi tempi di lunga crisi nemmeno ai più onesti verranno concessi sconti.

 

venerdì 15 marzo 2013

Habemus Papa


Come era naturale, qualche minuto dopo l'elezione di Jorge Mario Bergoglio, i giornali di tutto il mondo e la rete Internet si sono scatenati alla ricerca di informazioni sul primo cardinale extraeuropeo eletto Papa.
Colti di sorpresa da una scelta che polverizzava tutti i pronostici della vigilia, dimostrando anche che l'eccessiva sicurezza con cui si parlava fino a qualche minuto prima dei "papabili" tale non era, la macchina dell'informazione si è messa in moto per cercare di comprendere e analizzare la storia di una persona elevata agli onori della cronaca planetaria.
Notizia ghiotta, sicuramente, per cattolici e laici visto che il processo di globalizzazione ormai investite e stravolge ogni ambito della vita politica, economica e religiosa rompendo schemi e tradizioni che sembrano consolidati da decenni.
In questi tempi di cambiamenti e trasformazioni, un Papa Italo-Argentino che prende il nome di un Santo noto nell'immaginario collettivo per il rifiuto della ricchezza e la vicinanza con la natura e gli animali, sembrerebbe annuire al "nuovo corso" che tanto viene invocato da molti fedeli. Probabilmente sarà anche così, visto che se la Chiesa Cattolica non si riformerà almeno in parte, assisterà alla sua inevitabile auto-dissoluzione, rischio negato fino a qualche anno fa e oggi ammesso pubblicamente.
Piani diversi, che non vanno mischiati. Come al solito saranno le scelte fatte nel pontificato a delineare la storia di Francesco 1 e non altro.
Dimenticare o vivere con fastidio però chi cerca di comprendere i rapporti che possono esserci stati, ad esempio, durante la dittatura argentina con Jorge Rafael Videla è cosa che riteniamo sbagliata e censoria, oltre che irrispettosa verso le vittime di uno dei genocidi più vicini alla storia recente.
In Argentina, Cile, Uruguay e in quasi tutti i paesi di quell'area, dittatori militari appoggiati e addestrati dalla CIA (si tratta di verità storica e non di dichiarazioni "di parte"), hanno razionalmente attuato il sequestro, lo stupro e l'omicidio di un'intera generazione e la Chiesa ha appoggiato più o meno ufficialmente tali operazioni in ottica anticomunista. Non sempre e non con tutte le sue componenti, alcuni si schierarono contro le dittature e pagarono con la vita e altri contribuirono allo sviluppo della "Teologia della liberazione" osteggiata proprio dalla Chiesa ufficiale.
Questi sono i fatti. Chi ha vissuto come testimone quel periodo, inevitabilmente li ha attraversati e senza volere fare processi sommari, chiedere conto di questa contemporaneità storica ci sembra un atto di chiarezza.
Troppo spesso infatti la Chiesa tende a guardare criticamente la sua storia solo quando riguarda tempi lontani, quando i protagonisti sono già morti e sepolti. Le crociate, i roghi delle streghe o l'inquisizione possono essere facilmente stigmatizzati, ma già quando si tratta della più vicina seconda guerra mondiale e della vicinanza con Mussolini o Hitler la sensazione che si sgusci via come delle anguille è decisamente forte.
Sarebbe invece un atto di giustizia e umanità se proprio un Pontefice testimone della vera faccia brutale e stragista dei militari golpisti, della tortura e degli omicidi di ragazzi e ragazze che erano poco più che adolescenti e che oggi in gran parte non hanno nemmeno un luogo dove essere sepolti perché "desaparecidos", avesse il coraggio di parlarne.
Se collusioni ci siano state o meno, vanno comunque dichiarate. In seguito ci sarà anche il tempo di pentirsi o dire che ci si è sbagliati, ma nascondere la testa sotto la sabbia come se tutto questo non fosse accaduto, no.


lunedì 11 marzo 2013

Vittoria della LAV


Dopo più di 20 anni di battaglie, rossetti, creme e fondi tinta ricavati ustionando e avvelenando conigli e cavie sono fuori legge. Il bando totale per i cosmetici ottenuti con l'uso della vivisezione, in vigore da domani in tutta l'Unione europea, rappresenta certamente una vittoria del movimento che difende i diritti degli "altri animali", cioè dei milioni di specie con cui condividiamo il pianeta. E infatti la Lav (Lega anti vivisezione) festeggerà nel pomeriggio al Pantheon.

Ma la decisione del Parlamento europeo è un atto che va al di là di questo specifico settore. E' un punto di svolta importante, oltre che dal punto di vista etico, per due motivi. Il primo riguarda la difesa dei cittadini: i nuovi test che usano metodologie alternative alla vivisezione, secondo molte associazioni, sono più efficaci dei vecchi sistemi.

E' un campo controverso, con pareri divisi all'interno della comunità scientifica. Ma si sta rafforzando l'approccio che punta ad arrivare alla sicurezza attraverso test basati su colture cellulari, sulla ricostruzione della pelle umana e su software avanzati invece che attraverso tecniche cruente su animali vivi. Anche perché specie diverse possono avere risposte diverse alla stessa esposizione chimica.

Il secondo motivo riguarda il ruolo dell'Europa e la sua possibilità

di ritrovare una leadership globale. La Cina ad esempio è uno dei pochi paesi con una legge che rende obbligatori i test sugli animali per la produzione di nuovi cosmetici. La manterrà? La pressione cresce, come dimostra la campagna Be Cruelty-Free lanciata dall'associazione Humane Society International in vari paesi per estendere il bando dell'uso della vivisezione per la produzione di mascara e creme anti rughe.

Nel settore dei cosmetici l'Unione europea, il principale mercato del mondo, ha scelto una direzione di marcia, ha stabilito regole del gioco basate su un ampio consenso, ha imposto parametri basati su un'accelerazione innovativa legata a una forte motivazione etica. Non è la vecchia difesa commerciale basata sui dazi: è una sfida verso il futuro. Ora i concorrenti dovranno adeguarsi se vorranno esportare nel vecchio continente.

Un modello che potrebbe ripetersi in altri campi, a cominciare dalla battaglia per una società low carbon, mirata alla difesa della stabilità del clima e alla lotta contro la crescita degli eventi meteo estremi, che l'Europa ha guidato dagli anni Novanta e che oggi potrebbe aiutare il continente a uscire dalla crisi.

domenica 10 marzo 2013

Paragone improprio!


Girano in rete testi di discorsi di Hitler precedenti il suo avvento al potere del tutto simili financo nelle parole. Gli attacchi che Hitler faceva ai partiti ed alla inconcludente classe dirigente di Weimar non sono diversi da quelli che Grillo ha fatto a Bersani, Napolitano, Berlusconi.
Ritengo assolutamente sbagliata ed inaccettabile questa similitudine che a prima vista sembra convincente e suggestiva. Per quanto l’Italia di Monti sia simile per molti aspetti alla Germania di Weimar non si può dire che le situazioni siano le stesse o che debbano avere lo stesso svolgimento.
I discorsi di Hitler erano supportati da un partito violento e sanguinario che seminò la morte e l’orrore ben prima di arrivare al potere. Professori che venivao gettati dalle finestre, ebrei che venivano pestati a morti per le strade, comunisti e socialisti che venivano uccisi sotto gli occhi indifferenti e spesso complici di una polizia che teneva il sacco ad Hitler come l’Esercito dei Savoia tenne il sacco a Mussolini.
Ci furono trecentomila morti. Nessuno oppositore sopravvisse e giunse sano e salvo oltre la strepitosa vittoria elettorale di Hitler.
Il movimento dei grillini non è un movimento violento. L’Italia non è devastata da scorrerie di nazisti ma dalla disperazione. La gente si uccide perchè ha perso le fonti di sussistenza, Ma non c’è niente che possa assolutamente accostare i gruppi dei grillini alle SS, alle camicie brune.
Il movimento Cinque Stelle appare ed è come un movimento pacifico fatto di gente mite.
Sbaglia Grillo ad aprire a Casa Pound e sbaglia a dire che è il suo successo è alternativo alla violenza. Sbaglia ancora quando chiede il 100 per cento dei voti e quando ritiene di dovere provocare nuove elezioni con il suo atteggiamento di deresponsabilizzazione.


lunedì 4 marzo 2013

E i soldi del canone?


La Rai non può più permettersi di buttare al vento nemmeno un euro. Lo sa bene il direttore generale Luigi Gubitosi che sta per definire un piano industriale lacrime e sangue con tagli al personale (si parla di 600 unità tra pensioni anticipate e contratti non rinnovati) e finanziamenti ridotti. Per questo l'ex amministratore di Wind ha deciso di andare a vedere di persona dove si annidano gli sprechi.

Vestiti i panni dell'ispettore Gubitosi, come racconta il Fatto Quotidiano, ha cominciato a girare tra le strutture: ha fatto una capatina a Uno Mattina, Domenica In, e al Tg1 durante il passaggio di consegne fra Alberto Maccari e Mario Orfeo. Arrivando di soppiatto a mezzanotte, rivela Carlo Tecce, il Dg ha scoperto che i caporedattori e i caposervizi di turno - regolarmente retribiuiti e teoricamente presenti - erano comodamente a casa.

Da lì è partita un'inchiesta che da viale Mazzini si è sposatata a Saxa Rubra. Tra qualche settimana si sapranno i risultati, ma già sono emerse centinaia di irregolarità. Infrazioni pesanti, denuncia il Fatto, come festivi e e riposi fasulli che riguardano i responsabili dei settori che detengono anche il potere di segnare le presenze. Gubitosi aspetta il responso poi sporgerà denuncia alla Corte dei conti e alla Procura di Roma: chi bara provoca un danno erariale.

sabato 2 marzo 2013

L'Islanda aveva ragione


Per circa tre anni, i nostri governi, la cricca dei banchieri e i media industriali ci hanno garantito che loro conoscevano l’approccio corretto per aggiustare le economie che loro avevano in precedenza paralizzato con la loro mala gestione. Ci è stato detto che la chiave stava nel balzare sul Popolo Bue imponendo “l’austerità” al fine di continuare a pagare gli interessi ai Parassiti delle Obbligazioni, a qualsiasi costo. Dopo tre anni di questo continuo, ininterrotto fallimento, la Grecia è già insolvente per il 75% dei suoi debiti e la sua economia è totalmente distrutta. La Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia stanno tutte precipitando in una spirale suicida, in cui quanta più austerità quei governi sadici infliggono ai loro stessi popoli tanto peggiore diventa il problema del loro debito/deficit. L’Irlanda e il Portogallo sono quasi nella stessa condizione.

Ora, in quello che potrebbe essere il più grande “mea culpa” economico della storia, i media ammettono che questa macchina governativa-bancaria-propagandistica della Troika ha avuto torto per tutto il tempo. Sono stati costretti a riconoscere che l’approccio dell’Islanda al pronto intervento economico è stato quello corretto sin dall’inizio. Quale è stato l’approccio dell’Islanda? Fare l’esatto contrario di tutto ciò che i banchieri che gestivano le nostre economie ci dicevano di fare. I banchieri (naturalmente) ci dicevano che dovevamo salvare le Grandi Banche criminali a spese dei contribuenti (erano Troppo Grandi Per Fallire). L’Islanda non ha dato nulla ai banchieri criminali.

I banchieri ci dicevano che nessuna sofferenza (del Popolo Bue) sarebbe stata troppo grande pur di garantire che i Parassiti delle Obbligazioni fossero rimborsati al cento per cento di ogni dollaro. L’Islanda ha detto ai Parassiti delle Obbligazioni che avrebbero ricevuto quel che sarebbe rimasto dopo che il governo si fosse preso cura del popolo. I banchieri ci dicevano che i nostri governi non potevano più permettersi la stessa istruzione, lo stesso sistema pensionistico e di assistenza sanitaria che i nostri genitori avevano dato per scontato. L’Islanda ha detto ai banchieri che quello che il paese non poteva più permettersi era di continuare a vedersi succhiare il sangue dai peggiori criminali finanziari della storia della nostra specie. Ora, dopo tre anni abbondanti di questa assoluta dicotomia nelle scelte politiche, è emerso un quadro chiaro (nonostante gli sforzi migliori della macchina della propaganda per celare la verità).

Nel loro stile tipico, nel momento in cui i media dell’industria sono costretti ad ammettere di averci gravemente disinformati per molti degli ultimi anni, vengono immediatamente schierati i revisionisti per riscrivere la storia, come dimostrato da questo estratto da Bloomsberg Businessweek: … l’approccio dell’isola al proprio salvataggio ha portato a una ripresa “sorprendentemente” forte, ha affermato il capo della missione del Fondo Monetario Internazionale nel paese. In realtà, dal momento in cui è stato orchestrato il Crollo del 2008 e i nostri governi moralmente in bancarotta hanno cominciato ad attuare i piani dei banchieri, io ho scritto che l’unica strategia razionale era di mettere il Popolo prima dei Parassiti. Anche se non mi aspettavo che i decisori della politica nazionale traessero la loro ispirazione dai miei scritti, quando stilavo le ricette economiche per le nostre economie non ho basato le mie idee sulla compassione o semplicemente sul “fare la cosa giusta”.

Ho, invece, costantemente sostenuto che il fatto che “l’approccio islandese” fosse l’unica strategia che aveva una possibilità di riuscita era una questione di semplice aritmetica e dei più elementari principi dell’economia. Quando Plutarco, 2.000 anni fa, scriveva che “uno squilibrio tra i ricchi e i poveri è il male più fatale di tutte le repubbliche” non stava ripetendo a pappagallo un dogma socialista (1.500 anni prima della nascita del socialismo). Plutarco stava semplicemente esprimendo il Primo Principio dell’economia; qualcosa su cui tutti gli economisti capitalisti moderni che ne hanno seguito le orme hanno basato le loro stesse teorie. Quando gli economisti moderni esibiscono il loro gergo, come nel caso della Propensione Marginale al Consumo, esso è francamente basato sulla saggezza di Plutarco: che un’economia sarà sempre più sana con la sua ricchezza nelle mani dei poveri e della Classe Media invece che essere accumulata ricchi pidocchiosi (e giocatori d’azzardo). Così quando i Revisionisti di Bloomberg tentano di convincerci che la forte (e reale) ripresa economica dell’Islanda è stata una “sorpresa” ciò potrebbe essere vero se nessuno dei nostri governi, nessuno dei banchieri e nessuno dei preziosi “esperti” dei media comprendesse i più elementari principi dell’aritmetica e dell’economia. E’ questo il messaggio che i media vogliono comunicare?

Quello che qui è ancor più insincero è il tono congratulatorio di questo esercizio di Revisionismo, poiché nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. La campagna di “stupro” economico perpetrata contro i governi d’Europa negli ultimi due anni e mezzo (in particolare) è stata espressamente mirata a cancellare “l’opzione islandese” per gli altri governi dell’Europa. Uno dei motivi per cui l’Islanda è stata in grado di sfuggire alla garrota della cricca bancaria occidentale è che la sua economia (e il suo popolo) conservavano ancora una prosperità residua sufficiente a resistere, mentre la cricca bancaria cercava di strangolare l’economia dell’Islanda come punizione per aver respinto la loro Schiavitù del Debito. Così, l’austerità non è stata niente di meno di una campagna deliberata per distruggere queste economie europee in modo tale che gli Schiavi fossero troppo economicamente deboli per essere in grado di recidere il loro collare. Missione compiuta!

Si può solo ritenere che né i media dell’industria né i Banchieri Padroni avrebbero consentito che questo chiaro riconoscimento che l’Islanda aveva ragione e noi avevamo torto comparisse sulle loro pagine, a meno che si sentissero sicuri di sapere che tutti gli altri Schiavi del Debito erano stati paralizzati oltre la loro capacità di sfuggire mai a questa oppressione economica. In effetti, quale prova di questo, non dobbiamo che guardare alla Grecia, l’unica altra nazione europea in cui c’erano state “avvisaglie” (cioè rivolte) mirate a rovesciare il Governo Traditore che aveva servito la cricca dei banchieri. Dopo due elezioni, la combinazione di paura e propaganda ha intimidito il popolo greco da lungo tempo sofferente al punto da fargli scegliere un altro Governo Traditore, che si era espressamente impegnato a rafforzare i vincoli della schiavitù economica. Quando gli Schiavi votano per la schiavitù, i Padroni degli Schiavi possono permettersi di gongolare. Qui, lo scopo di questa propaganda di Bloomberg non è stato di elogiare il governo islandese (quando sia i banchieri sia i media dell’industria disprezzano l’Islanda con tutta la loro considerevole malignità). Piuttosto, l’obiettivo di questa disinformazione è stato di costruire una nuova Grande Bugia.

Invece della Verità, che dal primo giorno l’approccio islandese era l’unica strategia possibile che avrebbe potuto avere successo, mentre i nostri governi hanno scelto una strategia destinata a fallire, otteniamo la Grande Bugia. I nostri Governi Traditori avevano agito onestamente e onorevolmente e il successo dell’Islanda e il nostro fallimento sono stati ancora un’altra “sorpresa che nessuno avrebbe potuto prevedere”. Abbiamo assistito esattamente allo stesso Revisionismo dopo lo stesso Crollo del 2008, quando i media convenzionali hanno tirato in ballo tutti i loro esperti nell’imbonimento per dirci che erano rimasti “sorpresi” da quell’evento economico, mentre quelli del settore dei metalli preziosi erano andati profetizzando un tal cataclisma, in termini ancora più energici, per molti anni.

Il vero messaggio è che quando una strategia economica del Popolo prima dei Parassiti ha successo non c’è nulla di minimamente “sorprendente” al riguardo. Così come non è sorprendente che il fatto che tutto il resto del mondo intorno a noi promuova il benessere dei Parassiti, sia un bene soltanto per i Parassiti stessi.