Va riconosciuta a Sergio Marchionne una capacità di persuasore che non ha eguali nel fronte padronale italiano. Nel momento in cui stracciò il contratto nazionale stipulato da sindacati e Confindustria costringendo i dipendenti di Pomigliano e di Mirafiori a dire sì al referendum indetto per imporre un nuovo contratto aziendale, l'allora sindaco di Torino Sergio Chiamparino dichiarò pubblicamente che gli operai della Fiat avrebbero dovuto stendere un tappeto rosso ai piedi dell'uomo "senza giacca" elevato al rango di salvatore della patria, pardon della Fiat.Infatti, quale controparte per ottenere l'adesione dei sindacati e dalla maggioranza dei lavoratori, nel referendum Marchionne aveva annunciato un piano industriale che prevedeva investimenti per oltre venti miliardi di euro.Quell'impegno era stato preso sul serio dai leader della Cisl (Bonanni) e Uil (Angeletti), dai vertici istituzionali del comune, della provincia di Torino e della Regione Piemonte, dal ministro del Lavoro dell'epoca l'ex craxiano Sacconi, ma il piano non venne mai presentato.
In questi ultimi tempi dai massimi dirigenti Fiat sono venuti soltanto provvedimenti anticostituzionali come l'espulsione dagli stabilimenti del sindacato non gradito (Fiom) e la minaccia di trasferire all'estero due insediamenti dei cinque oggi esistenti in Italia.
Queste gravi prese di posizione di Marchionne sono state totalmente ignorate dall'attuale governo tecnico della nostra repubblica fondata sul lavoro.
A tre giorni dal faccia a faccia con Sergio Marchionne avvenuto a Palazzo Chigi venerdì scorso il premier Monti è intervenuto, a piedi giunti, all'assemblea della Confindustria, dichiarando che la Fiat è libera di fare quello che vuole perché «chi gestisce la Fiat ha il diritto e dovere di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti».
Nella storia della grande industria automobilistica torinese gli aiuti sottobanco (non sempre leciti) e quelli avvenuti alla luce del sole (perché si riconosceva una funzione sociale all'impresa) non si contano nell'arco di oltre un secolo.
Chi ha regalato, di fatto, l'Alfa Romeo, azienda a partecipazione statale, alla famiglia Agnelli?
Chi ha sollevato la Fiat delle Ferriere torinesi nel momento della crisi della siderurgia se non lo Stato grazie all'allora ministro socialista Gianni De Michelis?
Il contratto di programma del 1988 riversò nelle casse Fiat oltre seimila miliardi di lire sotto forma di contributi in conto capitale e in conto interessi, mentre nell'ultimo scorcio del secolo scorso arrivavano a Torino altri duemila cinquecento miliardi di lire sotto forma di esenzione d'imposte, di cassa integrazione, prepensionamenti e mobilità.
E la rottamazione degli anni Novanta può essere dimenticata? Questa operazione pagata con soldi pubblici significò per la Fiat più che una bombola d'ossigeno.
Il flemmatico professor Mario Monti, maestro di economia (liberale o liberista?) fulminato sulla via di Marchionne ha forse scordato l'articolo 42 della nostra costituzione che recita: «l'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
Sarebbe profittevole se nel prossimo vertice di partiti che sostengono l'attuale governo, il compagno Bersani ricordasse al presidente del consiglio che la Costituzione della nostra repubblica non è stata ancora abrogata. Lo voleva tanto Berlusconi...
















